Pagni: «risorse dal Ministero e riorganizzazione del Distrettone». Bezzini: «non sperare nei miracoli, combattere per la sanità pubblica»
Castel del Piano: Sala Nerucci gremita giovedì scorso a Castel del piano per l'iniziativa dello Spi Cgil dedicata alla medicina territoriale nel comprensorio dell’Amiata.
«Qui - hai esordito il segretario provinciale dello Sp, Erio Giovannelli - la Regione ha individuato una delle sperimentazioni sulla Casa della salute che ci coinvolge come sindacato, e che sarà poi di riferimento per l'organizzazione delle attività nella Casa di comunità in corso di realizzazione. Con l'obiettivo di proiettare i servizi sociosanitari nelle diverse comunità amiatine. Un percorso che va valorizzato e accompagnato perché prefigura un modello replicabile sui territori montani. In parallelo chiediamo con forza di aprire subito i servizi previsti nelle Case di comunità già pronte a Massa Marittima, Scansano e Ribolla».
Un concetto che è stato ripreso dalla sindaca di Castel del Piano, Cinzia Pieraccini, preoccupata di declinare i servizi in un'area estesa, poco insediata e con molti residenti anziani, per soddisfare al meglio i bisogni di salute della popolazione. «Sono convinta del fatto - ha detto la sindaca - che la Casa di comunità debba essere il trait-d'union sociosanitario dal centro alla periferia, perché non ci possono essere due sanità separate, quella ospedaliera e quella territoriale. L'integrazione tra ospedale e territorio dev’essere realizzata in un continuum, per cui, ad esempio, l'ospedale fornisce consulenza attraverso i teleconsulti a medici di famiglia e infermieri di comunità che operano nel territorio». Pieraccini ha anche affrontato il problema della poca attrattività delle zone periferiche montane per medici ospedalieri e di medicina generale. «Dobbiamo essere in grado di organizzare risposte differenziate rispetto a quanto avviene nelle città di grandi e piccole dimensioni. Per attrarre giovani medici ospedalieri o di famiglia - ha spiegato - sono utili gl’incentivi economici, il personale infermieristico e amministrativo, ma anche la garanzia di non dover seguire fino a 1.800 mutuati sparpagliati in territori molto vasti. Oppure, garantire sul piano professionale ai giovani specializzandi la possibilità di aggiornarsi, mettendoli in relazione coi poli ospedalieri più grandi. Allo stesso tempo vanno gestite con più elasticità le regole che presiedono al funzionamento delle Aree funzionali territoriali (Aft), consentendo ai pazienti di frequentare gli ambulatori che sono nelle Aft contigue. Incentivando il più possibile l'utilizzo di nuove tecnologie come telemedicina, telemonitoraggio e teleconsulto».
Roberto Carletti, segretario della funzione pubblica Cgil, ha acceso i riflettori sul ricorso non condivisibile da parte del sindacato alle cosiddette “prestazioni aggiuntive”. «Di fronte alla carenza di risorse e di personale sanitario da assumere - ha spiegato il sindacalista – la Usl ricorre sistematicamente alle prestazioni aggiuntive, perché consentono di aggirare il tetto di spesa per il personale e allo stesso tempo di dare maggiore soddisfazione economica. Ma queste prestazioni comportano il salto dei periodi di riposo obbligatorio, con una dilatazione impropria delle prestazioni “a gettone” che drogano il sistema sanitario, peggiorando qualità delle prestazioni e sicurezza». Valutazione condivisa dalla segretaria generale della Cgil, Monica Pagni, che ha allargato il campo. «Nonostante tutto, la sanità regionale riesce ancora quasi miracolosamente a dare risposte ai cittadini, puntando sull'integrazione fra le diverse professionalità e sulla buona volontà del personale. Ma rimangono due problemi di fondo che vanno affrontati: quello delle risorse inadeguate che arrivano dal Ministero della salute, a partire dal superamento del tetto alle assunzioni imposto dal centrodestra dal 2004 e poi sempre confermato, che ha di fatto portato alla progressiva privatizzazione di segmenti della sanità pubblica, e alla deleteria pratica delle prestazioni aggiuntive che monetizzano il rischio clinico. L’altro riguarda la riorganizzazione del grande distretto Area grossetana-Amiata-Colline Metallifere, che sia funzionale alle esigenze di un territorio diversificato e parcellizzato, dando più ruolo ai sindaci nella programmazione sociosanitaria dei sub-territori per superare le attuali inefficienze di gestione dei servizi. I referendum sul lavoro dell'8 e 9 giugno, da questo punto di vista, possono essere un argine alla privatizzazione che si sta subdolamente affermando in conseguenza del taglio delle risorse pubbliche da parte del governo».
Le conclusioni le ha tratte l'assessore regionale alla salute, Simone Bezzini. «La Regione è perfettamente consapevole delle difficoltà che ci sono e sta adottando ogni strategia: dagli incentivi economici al personale per trattenerlo nelle aree più marginali e disagiate, all'investimento nelle nuove tecnologie, fino ai nuovi concorsi con modalità che consentano di facilitarne il lavoro in questi territori. Però consentitemi di dire che dobbiamo rimetterci in marcia in termini politici, e dire a voce alta che non ci accontentiamo di gestire il declino della sanità pubblica con risorse progressivamente in riduzione. Dobbiamo tornare allo spirito della grande riforma sanitaria del 1978, quando si passò dalle mutue professionali al sistema universalistico. Se non recuperiamo quella voglia di progressione sociale, finendo di dare per scontate le cose, la Regione non avrà la possibilità di fare miracoli».

