Per la Festa della Liberazione, contestato da una parte della piazza, il sindaco Vivarelli Colonna. Vedi filmato e foto.
Grosseto: E' stato un 25 Aprile, un pò turbolento per il sindaco di Grosseto, Antonfrancesco Vivarelli Colonna. Durante la cerimonia davanti al palazzo della Provincia, nella centralissima piazza Dante a Grosseto, dove tra l'altro erano previsti gli interventi istituzionali da parte delle autorità, quando ha preso la parola il sindaco Vivarelli Colonna, dalla piazza sono partite le prime contestazioni, che hanno impedito per una buona parte di tempo il discorso istituzionale del Primo cittadino.
Alla fine, pur con diverse interruzioni, Vivarelli Colonna è riuscito a finire il proprio intervento. Questo il testo dell'intervento del sindaco Antonfrancesco Vivarelli Colonna alla Festa della Liberazione, fatto prevenire dall'ufficio stampa del comune di Grosseto.

"Carissimi,
oggi Grosseto si unisce al resto del paese per celebrare il 78° Anniversario della Liberazione. Desidero iniziare il mio discorso facendo riferimento ad un episodio concreto, che ci riguarda da vicino. Questo perché, in una data così significativa, è facile cadere nella trappola della memoria vuota e della retorica scontata, entrambe incapaci di stimolare una riflessione critica e costruttiva sulle ragioni che ci hanno portato a essere qui, oggi.
Inizio, dunque, raccontandovi cosa accadde nella nostra città il 26 aprile 1943. È da qui che dobbiamo partire, perché questo evento rappresenta un elemento significativo delle nostre radici. Ottant’anni fa, a Grosseto era un giorno di festa. La guerra sembrava lontana, solo una notizia che giungeva da una radio accesa o dalle cronache dei giornali, nulla di più. All’improvviso un rumore assordante come un tuono, una luce accecante e poi il buio. In un attimo, la città fu stravolta. Il pianto dei feriti, le richieste di aiuto dei parenti che cercavano disperatamente i loro cari tra le macerie, il sangue dei morti che tingeva le strade e i monumenti come traccia indelebile di quella terribile e inaspettata tragedia. Poi, ancora urla, sirene.
Queste parole sono tratte dalla testimonianza audiovisiva di Monsignor Franco Cencioni, raccolta nell’ambito dell’iniziativa “Next Age – Dei racconti e delle storie”, con l’obiettivo di preservare la memoria della nostra città e tramandarla alle future generazioni.
Riporto questo perché quell’esperienza ha costretto il popolo grossetano ad affrontare la brutalità della guerra ed a vivere in prima persona la perdita dei propri cari e amici. Nonostante questo, in quella particolare occasione, la partecipazione fu così forte da togliere la parola, la condivisione così eccezionale che lasciò soltanto spazio al ricordo prima ed alla memoria dopo.
Il vero messaggio che ho il dovere di voler sottolineare è proprio questo, il passaggio dalla memoria comune al rispetto dato a ogni persona, indipendentemente dalla fede religiosa, dallo status sociale, anche se resa nemica dalle ideologie.
È importante, dunque, ricordarsi che le persone che hanno vissuto certe esperienze non dovrebbero mai essere categorizzate. Non importa se queste persone fossero credenti, atee, italiane, straniere, donne, uomini, bambini, di destra o di sinistra: erano innanzitutto delle vittime, vittime di tutti.
È quanto mai necessario tenere conto di questo aspetto e creare una vera memoria collettiva che ci unisca in eventi pubblici dal significato condiviso, una memoria collettiva che ci renda più consapevoli e che ci ricordi l’importanza dell’unità e della solidarietà, dell’agire insieme, che miri a rafforzare l’umanità che condividiamo.
Vedete, mentre preparavo questo discorso, mi sono immaginato l’atmosfera che avrei trovato qui oggi e mi è venuto in mente ciò che De Gasperi disse alla conferenza di pace di Parigi nel 1946: “Prendo la parola in questo luogo e sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me”. Come lui, che presenziò fra i vincitori della guerra in qualità di ex-nemico, sono cosciente, consapevole forse di non essere, da tutti ben voluto oggi.
Tuttavia, ciò che mi chiedo è come si possa dimenticare che il 25 aprile è una festa che appartiene a tutti e che tutti dovrebbero essere accolti, senza esclusioni di sorta.
Mi riferisco, da un lato, alla ritrosia di una parte della politica che fatica a riconoscere il 25 aprile come suo proprio patrimonio storico. Sbagliando, a mio avviso. Dall’altro, alla tendenza di un’altra frangia a considerarlo come una festa esclusivamente propria.
In entrambi i casi, si finisce per travisare la natura pluralistica del movimento di Liberazione e tradirne, almeno in parte, l’eredità. Dobbiamo contrastare ogni rivendicazione proprietaria, poiché il valore di questa data non appartiene a una sola fazione politica, ma a tutta la nazione italiana.
Se così non fosse verrebbe violato lo spirito sacrale della Costituzione Repubblicana, tanto cara sia a quelle forze politiche che lavorarono alla sua stesura sia a quelle che con altrettanta forza si opposero al suo più recente tentativo di revisione.
Per iniziare questo cammino di comune appartenenza, sarebbe innanzitutto essenziale creare un clima di serenità e rispetto, che favorisca e promuova la comprensione reciproca e l’ascolto empatico dell’altro.
Troppo spesso, infatti, si mostra indifferenza e disprezzo verso chi la pensa diversamente. La democrazia è in verità un dialogo continuo, e la vera difficoltà, come in ogni dialogo, non sta tanto nel saper parlare o nell’avere il coraggio di farlo, ma nel saper ascoltare. Prima ancora che nella bocca di chi parla, la democrazia sta infatti nelle orecchie di chi ascolta. Questo è l’atteggiamento fondamentale dello spirito democratico.
Naturalmente, nel contesto specifico, è possibile concordare o dissentire, contestare o addirittura fischiare, ma la comunanza della memoria deve portare al rispetto.
Altrimenti si rischia di non avere compreso fino in fondo quello che la storia ci ha insegnato, di non aver capito il motivo per cui ci troviamo qui oggi. Altrimenti si rischia di mancare di rispetto alla nostra bellissima Costituzione, si rischia da vittime di trasformarsi in carnefici.

La libertà non è solo un concetto astratto.
Vi ricordo che sono qui nella veste di Sindaco, rappresentante di tutti, sia della maggioranza che della minoranza, sia di coloro che dissentono, che di coloro che non lo fanno, sia di coloro che sono presenti oggi, sia di coloro che sono rimasti a casa. Quando il dissenso passa attraverso i fischi, si esprime il disaccordo, ma occorre anche ricordare che l’inviolabile divergenza di opinioni non deve essere il pretesto per oltrepassare il limite del rispetto. In questo momento rappresento un’istituzione e vi chiedo di rispettare prima di tutto la carica che ho il privilegio di ricoprire.
Invito dunque, tutti noi a lasciar da parte questa nostra diversità di opinioni, proprio come fecero i partiti italiani al tempo della cosiddetta svolta di Salerno. Nonostante un’estrazione politica profondamente diversa, seppero accantonare le differenze e trovare un equilibrio quando anteposero l’unità alla divisione per combattere insieme il nazifascismo.
È forse proprio nel binomio inscindibile tra libertà e unità, preludio alla nascita della Repubblica e alla Costituzione che risiede il vero significato della Resistenza. E questo è ciò che dovremmo celebrare qui oggi.
In uno dei passaggi più delicati della nostra storia, l’aspirazione alla libertà e all’unità ha permesso alle forze democratiche di trionfare sulle dittature, dando inizio a una nuova vita illuminata dai principi di umanità, uguaglianza e giustizia.
Tutto questo è stato possibile anche grazie al sacrificio di tutti quei patrioti che hanno combattuto per il riscatto e la rinascita di un’intera nazione. Come ricordava Piero Calamandrei: “Essi sono morti senza retorica, senza grandi frasi, con semplicità, come se si trattasse di un lavoro quotidiano da compiere: il grande lavoro che occorreva per restituire all’Italia libertà e dignità”.
Di fronte a una tragedia collettiva, ognuno di loro ha scritto una pagina importante della nostra storia e, pertanto, dobbiamo sempre mostrare loro ammirazione, gratitudine e riconoscenza, nonché il nostro impegno a tenere vivo il loro esempio di coraggio e umanità.
Loro ci hanno insegnato ad essere soggetti attivi, dinamici e interessati al nostro mondo, mostrandoci la forza della partecipazione e la semplicità dell’altruismo. È il loro sacrificio che ci consente di essere qui oggi a discutere liberamente del nostro passato e a programmare il nostro futuro.
Il valore intrinseco della Resistenza risiede nell’immagine positiva che l’Italia ha saputo dare di sé al mondo. Fu un grande movimento di emancipazione umana, finalizzato alla creazione di una società internazionale più giusta, ispirata agli ideali di pace e di fraternità tra i popoli.
La resistenza rappresentò una rottura profonda, una svolta nella vita collettiva del nostro paese e dell’Europa intera. Il 25 aprile fu il giorno in cui la forza dei giusti ha prevalso sulla visione totalitaria del mondo. Il momento in cui si comprese che l’Italia sarebbe stata una democrazia e non una dittatura. Il 25 aprile segnò l’inizio di un percorso, il punto di partenza della nuova storia d’Italia. Un momento particolare che ci deve far capire che la libertà si conquista ogni giorno, che i principi di democrazia vanno sempre tutelati e consacrati con l’impegno delle persone.

Allo stesso modo, tengo a ribadirlo, ricordiamoci, che il 25 aprile è stata scelta come data simbolica con l’obiettivo di celebrare l’unità nazionale, nonostante non rappresenti, ad esempio, la data della vera liberazione di Grosseto, avvenuta fra il 10 e il 14 giugno del 1944. Una data unica per tutta la nazione, lo ribadisco.
A distanza di 78 anni dalla fine della guerra, noto, tuttavia, con dispiacere che la Festa della Liberazione continua a essere una festa “contro” anziché un patrimonio culturale comune di tutti i cittadini italiani. Premesso che la strada della riconciliazione passa attraverso la responsabilità, dobbiamo, dunque, sforzarci per far sì che la celebrazione del 25 Aprile sia più accogliente e aperta a tutti coloro che si riconoscono nei principi della democrazia, senza distinzioni di posizioni politiche.
Se fossimo coscienti di questo, la smetteremmo ogni anno di scagliarci gli uni contro gli altri. Solo in questo modo, potremo ricordare e celebrare veramente l’unità nazionale come momento di riflessione e di unità, e non come una battaglia politica per il consenso. Lo dico con grande serenità, senza alcuna intenzione polemica.
È importante recuperare il vero senso della festa attraverso la Costituzione, che quest’anno celebra il suo 75° anniversario, e superare le divisioni che durante la Resistenza portarono alla deriva delle vendette personali e ideologiche.
Il nostro compito, come cittadini, è costruire un sentimento nazionale veramente unitario e, visti anche i recenti eventi di guerra, aggiungerei anche un sentimento europeo comunitario. Ma farlo insieme, a prescindere dalle appartenenze politiche, per una nuova fase della nostra Repubblica.
Il ricordo dei valori di libertà, unità e democrazia, frutto della liberazione, devono essere il motore che spinge noi e le generazioni future a crescere e a lottare. In questo senso, è fondamentale mantenere come parola chiave la comunità, il “noi”, mettere l’interesse collettivo al di sopra di quello individuale, essere disposti a sacrificare vita e futuro nel nome della libertà di tutti. Solo così potremo costruire un futuro migliore e giusto, condividendo la responsabilità e l’impegno per il bene comune".
