Grosseto: E' arrivato a Grosseto lo spettacolo “Mein Kampf” di Stefano Massini, al Teatro Moderno, lo scorso 5 febbraio.
Un grande spettacolo il Mein Kampf, ottimamente strutturato è frutto di studi molto solidi, con eccellente recitazione e regia, tratto dal libro omonimo di Massini stesso.
Non ci potevamo aspettare di meno da Massini, acclamato come il miglior drammaturgo italiano vivente, vincitore di numerosi premi, un successo internazionale che sembra non arrestarsi, ma anzi cresce sempre più (e meno male) con cinque Tony Awards vinti, in scena a New York e a Londra dal 2018.
Il Mein Kampf di Massini ripercorre la struttura dell’omonimo libro di Adolf Hitler che è sostanzialmente composto di due parti: la prima è autobiografica, mentre la seconda contiene il programma politico del nazismo.
Usando come mezzo il teatro, lo spettacolo racconta le parole del nazismo e il loro devastante impatto che, oggi a distanza di un secolo, continuano ad avere. Dichiara, infatti, Massini: “Se queste parole venissero dette oggi, non da Hitler, non da Goebbels, non da Himmler. Se queste stesse cose venissero dichiarate oggi, da me, da qualcuno, ci vedrebbero veramente così impermeabili? Questo è l’esperimento da cui nasce questo spettacolo. Portare in scena queste parole senza svastiche, senza filmati sulla guerra, sull’orrore, su Auschwitz, su Treblinka, senza contraddittorio, cioè senza una parte che in scena metta il guinzaglio e la museruola a queste parole e ne ricordi le conseguenze.”.

L’allestimento in scena è una pedana bianca di forma quadrata, rialzata dal palco, posizionata in pendenza che rappresenta la pagina di un libro. Una pagina bianca da scrivere, sulla quale mettere parole, appunto. I suoni sono in perfetta sincronia con le parole e i colori e luci sono stati creati in modo da armonizzarsi con tutto il resto.
La recitazione è forte, dura, a tratti esasperata, comunque descrive il dolore del protagonista. Il pubblico applaude e dedica una standing ovation finale che sembra non finire mai e che emoziona anche Massini.
Le parole non sono inchiostro, non sono aria, inizia Massini dal palco. Oggi c’è una forma oggettiva di regressione della quale fa parte la perdita totale della consapevolezza sul peso di quello che si dice. Si usa spesso ritrattare, cancellare, anche la formula usata, sempre più di frequente negli ultimi anni, in politica (e non solo) dell’essere giudicati dai fatti e non dalle parole. Siccome siamo esseri senzienti, abbiamo un logos, Massini vuole giudicare anche da quello che la politica dice, che predica, per verificare se poi è in linea con quello che farà. Se non lo è, non va bene, perché quello che la politica fa può essere totalmente privo di qualunque linea anche ideologica.
Quindi, le parole sono fatti. Perciò, non è vero che l’ideologia sia solo fuffa, sia una cosa inutile, demonizzata negli ultimi tempi, ma anzi come nel caso del Mein Kampf si trasforma in realtà.
In teatro è il luogo fondamentale in cui le “parole” diventano “parole” a 360 gradi. Per questo Massini mette in scena questo spettacolo, sfruttando la sua lunga esperienza al Piccolo di Milano con Ronconi che vide le prime bozze di questo lavoro e che ispirò Massini nel farne un testo teatrale, da mettere in scena lui stesso.
Lo spettacolo ha una narrazione lucida e appassionata. Massini scava nel pensiero inconscio di questo piccolo uomo.
Ripercorre la vita di Hitler che rifiuta di essere un impiegato a paga fissa come il padre. Hitler odia il paesino di Braunau am Inn dove è nato – e anche l’Austria imperiale ma borghese - i riti e rituali della piccola città che critica aspramente.
Hitler si sposta a Vienna, dove tenta di avere successo ma finisce a fare il pittore di strada a cento marchi al mese, se va bene se non piove, e trova spesso alloggio in un dormitorio per senza tetto: si definisce “colui di cui nessuno ricordava il nome”.
Poi la Prima Guerra Mondiale. Nel 1914 Hitler si trova a Monaco di Baviera e si arruola volontario nell’esercito bavarese, combatte per la Germania. Da appena un anno ha lasciato l’Austria, dove rischia il processo per reati minori. Vuole dimenticare le frustrazioni e gli insuccessi della sua giovinezza, dei suoi studi, dei suoi desideri artistici, dei suoi rapporti personali. Motivazioni che accomunano un’intera generazione confusa che nella guerra individua una possibilità di emancipazione.
Durante il conflitto il futuro dittatore, viene salvato da un edifico crollato dalle bombe, scampa i bombardamenti con i gas mostarda, finisce in una buca con l’inglese Henry Tandey che è invece armato ma decide di non ucciderlo perché disarmato - pentendosene amaramente negli anni futuri. Ferito una seconda volta Hitler è ricoverato nell’ospedale di Pasewalk, dove realizza che al popolo manca un Fuhrer, che lui libererà la Germania e la renderà nuovamente grande. Diventa caporale, ma i suoi superiori non lo promuovono sergente, perché, scrivono, “ha scarsa attitudine, inadatto al comando, non ha carattere".
Ritorna a Monaco nel dopoguerra e viene arruolato nell’intelligence, come spia infiltrata nei gruppi politici. Fra questi c’è il DAP – Partito Tedesco dei Lavoratori di Anton Drexler. In breve Hitler ne diventa il principale esponente.
Nel 1923 tenta il putsch di Monaco, ma finisce in prigione con Rudolf Hess a cui detta il Mein Kampf, però facendolo mettere in tedesco corretto dal cappellano Bernhard Stempfle, testimone scomodo della scarsità linguistica, che poi farà uccidere nella Notte dei Lunghi Coltelli.
Poi Hitler assume il comando del DAP fino a guidarlo alla vittoria elettorale.
Qui finisce lo spettacolo Mein Kampf di Massini, quando Hitler si trasforma nel dittatore sanguinario.
Il lavoro di Massini racconta questa storia dalla parte dei sentimenti dell’essere umano Hitler. Perché questo è uno spettacolo che pone al centro la parte irrazionale dell’essere umano.
Ancora oggi, infatti, fa paura il Mein Kampf. Pubblicato nel 1924, fu proibito in Germania dopo la guerra fino al 2016, quando fu sdoganato affinché si potesse prenderne conoscenza per evitare problemi in futuro.
A distanza di cento anni queste parole ancora arrivano. Perché noi oggi usiamo l’empatia come elemento fondamentale di qualunque narrazione politica, grazie anche alle tecniche di marketing applicate alla politica (da Reagan in poi) che non vendono un prodotto, ma un’emozione.
L’empatia che è il non parlare alla testa, come dice Hitler, ma al petto, allo stomaco, alle viscere, “laddove l’istinto regna incontrastato, la rabbia, l’orgoglio, la frustrazione e la paura, è lì che vorrei porre il mio seme”.
È questa la cosa più impressionante del Mein Kampf e la sua pericolosità attuale.
Queste parole che diventano realtà, nello spettacolo sono simboleggiate da oggetti che ad un certo punto cadono dall’alto degli otto metri della graticciata del teatro. Si schiantano violentemente sulla pedana bianca, un cappello, un cappotto, una valigia e un paio di scarpe. E poi all’improvviso una cascata di vetri (la Notte dei Cristalli) che s’infrange sul palcoscenico sfiorando Massini con una precisione eccezionale: un allestimento straordinario.
Questo spettacolo da una lettura del fenomeno Hitler ancora oggi, purtroppo, attuale, con un approccio ben ideato e con forti basi di studio.
Tuttavia, il fenomeno ad oggi rimane non totalmente spiegabile, nonostante i numerosi e approfonditi lavori di ricerca e di studio che sono stati fatti nel corso degli anni.
Come ha fatto Hitler a raggiungere certi risultati? A convertire una nazione intera al suo credo? Il Fuhrer prende una nazione ridotta allo stremo, povera, atterrata dai debiti di guerra da pagare ai vincitori della Prima Guerra Mondiale, sfiancata dalla crisi economica del ’29, libertina e trasgressiva (a Berlino agli inizi degli anni ‘30 si contano più di 1.500 club gay e innumerevoli bordelli), una repubblica di Weimar incapace di governare, senza esercito, senza polizia, e con milioni di persone frustrate e senza speranza che in soli sei anni sotto la sua guida diventano la macchina da guerra più forte del pianeta. Nel 1933 assume il comando del paese, nel 1938 invade i Sudeti e annette l’Austria, nel 1939 invade la Polonia, poi la guerra al mondo.
Lui che era lo sfigato, non è sergente perché non ha attitudine al comando, non ha attitudine alla pittura, è solo e senza famiglia in Germania, disoccupato, malato, una vita sessuale incerta, emigrante che prende la cittadinanza quando diventa Fuhrer, di colpo inizia ad essere seguito dalle folle. Perché unisce la propaganda alla parola? Perché evoca il demonio sul palco eseguendo rituali massonici segreti cari alle sue credenze esoteriche? Perché sa fare leva sulla disperazione e l’umiliazione di un popolo? Perché parla alle persone come se fossero dei bambini con frasi semplici e ripetitive? Le sostanze, stupefacenti e non, del suo medico personale il dott Morrel (riceve fino a 82 sostanze al giorno) arrivano dopo.
Forse affascina ancora oggi questo personaggio, vegetariano che ama gli animali ma odia gli uomini, un “ometto” come qualcuno lo definì, folle e sterminatore che però nella sua follia ha mostrato la grandiosità del fascino perverso del male.
Perché poi alla fine, da un certo punto di vista, si può dire che Hitler abbia vinto. La Germania letteralmente rasa al suolo dai bombardamenti alleati, con milioni di morti in casa e molti di più degli altri paesi belligeranti sulla coscienza, ancora una volta indebitata, occupata dalle forze alleate, un paese distrutto che però già dopo sei anni dalla fine della guerra firma il trattato europeo della CECA (1951) prodromo della futura Unione Europea di cui la Germania diverrà sicuramente il paese leader, ritornando ad essere die Grossßdeutschland, la Grande Germania, sognata dal dittatore, non più umiliata e povera.
Lo spettacolo Mein Kampf è di e con Stefano Massini, da Adolf Hitler; scene Paolo Di Benedetto; luci Manuel Frenda; costumi Micol Joanka Medda; e ambienti sonori Andrea Baggio. Produzione Teatro Stabile di Bolzano, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa in collaborazione con Fondazione Teatro della Toscana.
Lo spettacolo “Mein Kampf” di Stefano Massini è stato molto bello, al Teatro Moderno di Grosseto.
