Firenze: Un mondo denso di legami, affetti e cose che erano parte di giorni conosciuti a chi ha vissuto gli anni sessanta dello scorso secolo ed in particolare a chi ha condiviso la grammatica quotidiana di un’origine popolare e massese. Questo, e molto di più, è nel libro In Famiglia. Memorie dal monte di Pasta, presentato a Firenze a palazzo Strozzi Sacrati dal presidente della Regione Eugenio Giani assieme, fra gli altri, a Tommaso Franci, Adriano Sofri, Leonardo Domenici, Marcello Masotti, Anna Bettarini, Giannozzo Pucci, Sergio Casprini e Stefano Fabbri.
Vincenzo Bugliani, morto nel 2014 a Firenze, è stato consigliere comunale e poi assessore al Comune di Firenze e il suo impegno politico è passato attraverso l'esperienza di Lotta Continua, l’attenzione verso le questioni ecologiche e la sua adesione alla Lista dei Verdi fiorentini. Nelle pagine di In Famiglia. Memorie dal monte di Pasta la collinetta poco distante dalle Alpi Apuane, che molti oggi considerano il polmone verde di Massa, diventa per Bugliani un osservatorio della memoria particolare e privilegiato, dove la voce di un bimbo fa parlare un’intera comunità di vicende e cose che raccontano il tempo di un’altra Italia.
“I comuni percorsi dell’impegno politico – ricorda Eugenio Giani – si sono intrecciati in Consiglio comunale a Palazzo Vecchio e la dimensione di Vincenzo Bugliani era quella della saggezza, dettata dallo spessore umano e dal carisma che riusciva a esercitare e trasferire nell’attività politica. Leggendo In Famiglia – continua Giani - ritrovo anche quei luoghi della Toscana, che io ho scoperto successivamente per il ruolo che ho svolto dal 2015 al 2020, quando ho fatto il presidente del Consiglio regionale, e poi quando sono diventato presidente della Regione. Nel racconto c’è una dimensione di profonda evocazione storica, culturale, ambientale e questo libro mi ha aiutato a capire ancora di più da dove veniva questa ricchezza e da questo amore per il territorio e per l'ambiente che Vincenzo manifestava”.
“Nelle 130 pagine di questo libro – nelle parole di Stefano Fabbri, giornalista e scrittore - c'è il tutto il paradigma della vita di Vincenzo riportata alla dimensione di un pezzo di territorio ridottissimo, il monte di Pasta, in un piccolo arco di tempo, dal 1936 al 1945, che contengono già elementi della sua maturazione e della sua visione del mondo raccontati in questa autobiografia scritta in età adulta. C’è il ricordo molto materiale del cibo e l’appetito di conoscenza che fanno parte di quella certa sobrietà di una società contadina e operaia dove c’è un'etica dell'ambiente, il saper conoscere le stagioni e anche un senso del limite che ritroveremo poi in tutta la vicenda umana e politica di Bugliani”.
“Bugliani – aggiunge Tommaso Franci, consigliere comunale di Firenze dal 1985 al 1994 e poi assessore all’Ambiente della Regione Toscana - è stato uno dei riferimenti più importanti nella mia esperienza politica e di vita. Rileggere, dopo un po' di tempo, il suo In Famiglia è stata la riscoperta di un distillato del senso profondo di una vita rurale che oggi non riusciamo più a percepire”
Edito nella collana I Libri del Covile da Acro-polis, In Famiglia si dipana in tre capitoli dai titoli semplici ed essenziali: La Ferita, La Fattoria e La Guerra.
“Quello che mi ha più colpito della scrittura di Vincenzo Bugliani – spiega Leonardo Domenici, per un decennio sindaco di Firenze, deputato e poi europarlamentare - è il suo stile scarno ed essenziale, fatto di frasi brevi, descrittive, in una sorta di verismo minimalista toscano simile a quello di Carlo Cassola. Nella mia esperienza come sindaco e nel rapporto diretto nella consuetudine dei lavori della Giunta ho compreso subito qualcosa di più del suo spessore umano, morale e intellettuale: era estremamente puntuale, meticoloso, rigoroso, preciso nel lavoro e capace di una saggezza che guidava il passaggio dall'ambiziosa utopia delle idee alla realtà dei fatti”
“Ai tempi dei nostri studi alla Normale – ricorda Adriano Sofri, politico e scrittore – non eravamo morali, ma moralisti in modo efferato. Non potevamo immaginare di finire nella professione della politica politicante. E fu lo stesso moralismo che ci fece rifiutare l’opportunità di una carriera accademica che Vincenzo avrebbe potuto fare senza nessuna fatica. Un moralismo molto utile nella vita, ma al tempo stesso micidiale”.