Massa Marittima: «Dire no a via Almirante - affermano Daniele Gasperi e Valter Cioni per la segreteria PCI Colline Metallifere - significa non dimenticare il passato e onorare la memoria distinguendo chi ha perpetrato crimini dettati dalla follia fascista e chi ne è stato vittima.
Massa Marittima ha pagato caro il suo pegno per la libertà e alla strage dei minatori, all’assassinio di Norma, quello dei fratelli Molendi e Fratti, di Elvezio Cerboni, di Guido Radi "Boscaglia", di Pio Fidanzi, ed è giusto ricordare anche Enrico Filippi.
Enrico Filippi, partigiano combattente della 3^ Brigata Garibaldi “Camicia Rossa”, poi “confluita” nel VII Raggruppamento Monte Amiata, nacque a Massa Marittima il 22 marzo 1911 e a Massa perse la vita il 19 marzo 1944, il giorno dopo essere stato ferito a morte da un colpo vigliaccamente sparategli alle spalle da un giovane fascista durante un rastrellamento.
Di famiglia contadina ed avversa al regime fascista, Enrico cominciò a lavorare molto giovane nella fabbrica di pipe e, in seguito, fu assunto come minatore. Subisce nel corso degli anni ripetute provocazioni e varie aggressioni da parte di elementi fascisti locali che evidentemente mal sopportano l’ostinazione del suo non aderire al regime. Poco più che ventenne, si sposa con Avenia Mirolli con la quale avrà tre bambine.
Legato da profonda amicizia e da condivisione di ideali comunisti e di intenti con i quasi coetanei Otello Gattoli e Elvezio Cerboni, coi quali condividerà anche la dura sorte finale di restare vittima del nazifascismo, fa parte con loro, all’indomani dell’ 8 settembre, del primissimo nucleo partigiano della Banda del Massetano che si forma nelle macchie intorno a Massa Marittima, all’Uccelliera, alle Bruscoline, a Prata. Entra quindi, con molti altri, nella 3^ Brigata Garibaldi “Camicia Rossa“, il cui comando viene affidato al capitano repubblicano Mario Chirici.
I duri mesi passati a combattere alla macchia, inducono Enrico a cedere alla propria immensa voglia di rivedere la moglie e le tre giovanissime creature: organizza quindi un punto di incontro in un podere presso Prata e manda un’anziana contadina collaboratrice partigiana con un somaro a prendere la famiglia e portarla sul luogo convenuto.
Enrico viene fermato, da una pattuglia di carabinieri e repubblichini, si spaccia per carbonaio ma un giovane milite, suo compaesano, lo riconosce, quindi lo incoraggia ad andarsene per sottrarsi alla inevitabile cattura perché sulla sua testa pende una taglia: percorsi 30 metri, scatta la trappola e lo stesso milite vilmente lo centra con un colpo sparandogli alle spalle. Enrico ha un polmone trapassato dal proiettile che fuoriesce dal petto. Ancora vivo verrà trasportato all’ospedale dove il giorno successivo morirà.
I fascisti, baldanzosi, tentano di ostacolarne il funerale che invece riesce imponente.
Incurante delle minacciose fucilate esplose in aria da militi repubblichini appostati sulla antica Torre del Candeliere, la folla accompagna l’ultimo viaggio del partigiano: numerosi sono i suoi compagni di lavoro, appena usciti di miniera con gli stessi abiti anneriti usati durante il proprio turno di lavoro.
Enrico Filippi è sepolto nel cimitero di Massa Marittima, non lontano dalla tomba di Norma Parenti. Dal 2012 esiste a Massa Marittima, largo Enrico Filippi e sarebbe nuovamente sparargli alle spalle intitolare una via a Giorgio Almirante, uno dei boia che ha consentito in Maremma che si spargesse il sangue di molti innocenti».